Il Prefetto Cortese, l’investigatore che ha arrestato latitanti del calibro di Brusca e Provenzano, entra a far parte del Comitato Scientifico della Fondazione Montinaro
Il prefetto Renato Cortese, Direttore Centrale della Polizia Stradale, Ferroviaria, e per i Reparti Speciali della Polizia di Stato, calabrese di nascita (precisamente di Santa Severina) ma siciliano di adozione dato i tanti anni vissuti a Palermo, prima da investigatore e poi da Questore, entra a far parte del Comitato Scientifico della Fondazione Antonio Montinaro presieduta da Tina Montinaro. La struttura giuridica nata lo scorso 8 settembre a Palermo.
Un contributo, quello del prefetto Cortese, umano e professionale che si va ad unire a quello degli altri componenti alte figure professionali e sempre rivolto al bene della collettività e portatore dei valori di memoria e legalità.
Un ingresso nel Comitato Scientifico della Fondazione a pochi giorni da un anniversario importante, un grande risultato nella lotta alla mafia, ovvero con il trentesimo anniversario della cattura di Giovanni Brusca.
Uno dei tanti arresti eccellenti messi a segno dalla Catturandi di Palermo di cui il Direttore Centrale Cortese ne ha fatto parte per poi assumerne la guida. Un gruppo di poliziotti palermitani, siciliani e parte provenienti dal Servizio Centrale Operativo guidato abilmente, riuscendone a valorizzare le caratteristiche attitudinali e professionali perseguendo così importanti risultati investigativi. Da Aglieri a Spatuzza sino all’imprendibile Bernardo Provenzano, cattura avvenuta l’11 aprile 2006.
Prefetto Cortese, la sua è stata ed è ancora una vita al servizio dello Stato, con un alto senso delle Istituzioni. Un senso profondo del dovere unito alla passione per il proprio lavoro e alla dedizione sull’esempio anche di Antonio Montinaro così come delle altre vittime del dovere. Riavvolgendo il nastro e ripensando a quel 20 maggio del 1996 (l’arresto di Giovanni e Enzo Brusca a Cannatello, località in provincia di Agrigento).
- Cosa ha significato per Lei arrestare colui che in modo molto esplicito veniva chiamato “U’ Verru” (il Porco) che aveva partecipato alla Strage di Capaci azionando il telecomando facendo saltare il tratto di autostrada dove morirono il giudice Falcone, la moglie e magistrata Francesca Morvillo e tre colleghi, i poliziotti: Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani
L’arresto di Brusca è stata una delle più importanti operazioni nella storia della lotta a Cosa Nostra e ha testimoniato soprattutto il valore del lavoro di squadra, la determinazione dello Stato e il sacrificio di tanti servitori delle istituzioni per arrivare a quel risultato. Ma ci deve far riflettere anche sul lungo percorso compiuto nella lotta alla mafia e sul contributo che donne e uomini delle Forze di polizia, della magistratura e delle istituzioni hanno offerto per restituire sicurezza, fiducia e speranza ai cittadini.
Erano anni difficili, segnati da una stagione di violenza mafiosa senza precedenti. Giovanni Brusca fu protagonista di una lunga scia di sangue che provocò la morte di centinaia di persone, tra cui numerosi servitori dello Stato: poliziotti, magistrati, giornalisti, politici, sacerdoti, sindacalisti e amministratori pubblici.
Una stagione culminata nell’orrore dell’omicidio del giovane Giuseppe Di Matteo- un bambino di soli 13 anni sciolto nell’acido- e nelle stragi di Capaci e di via D’Amelio, nelle quali persero la vita Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli agenti delle scorte della Polizia di Stato Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina che hanno condiviso fino all’estremo sacrificio il loro servizio accanto a due magistrati straordinari. A quei terribili attentati sopravvissero Antonino Vullo e Giuseppe Costanza, custodi di una memoria preziosa e testimoni di una delle pagine più dolorose della storia della nostra Repubblica.
A quei tragici eventi erano seguiti gli attentati del 1993 con le bombe di Roma, Firenze e Milano, che avevano trascinato il Paese in un clima di profonda paura.
Avevamo la percezione profonda di una responsabilità enorme verso il Paese intero, verso chi stava pagando un prezzo altissimo nella difesa dello Stato e verso i cittadini che vivevano ogni giorno dentro la paura.
Per questo motivo la cattura di Giovanni Brusca, il 20 maggio 1996, rappresentò un atto di profonda giustizia.
Fermare l’uomo che aveva azionato il telecomando dell’esplosivo che, sull’autostrada di Capaci, uccise Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e i nostri ragazzi dell’Ufficio Scorte di Palermo significò colpire uno dei simboli più feroci della strategia stragista di Cosa Nostra. Ma significò anche l’inizio di un percorso di riscatto per l’intera comunità siciliana e fu anche il momento in cui iniziò a delinearsi la consapevolezza che era possibile liberarsi dall’oppressione mafiosa e riprendere in mano il proprio destino e la propria terra.
Voglio ricordare che la cattura di Giovanni Brusca non fu il risultato dell’attività di un singolo, ma il frutto del lavoro della Sezione Catturandi, della Squadra Mobile di Palermo, della Polizia di Stato in generale.
È per questo che considero idealmente condiviso ogni riconoscimento legato a quella operazione: come ho avuto modo di dire durante il conferimento della cittadinanza onoraria di San Giuseppe Iato, poche settimane fa, quel risultato fu possibile grazie alla professionalità di tutti, al sacrificio di tutti, alla fiducia reciproca e alla comune volontà di dare una risposta concreta ai tragici eventi che avevano profondamente ferito il Paese.
Fu un momento importante non soltanto sotto il profilo investigativo e giudiziario, ma anche sul piano morale e civile. Contribuì a rafforzare nell’intero Paese la consapevolezza che la mafia poteva essere contrastata efficacemente, che nessuno era intoccabile e che lo Stato, attraverso il lavoro silenzioso e tenace dei suoi servitori, era in grado di affermare la legalità e di restituire ai cittadini la fiducia nel proprio futuro.
- Per lei cosa significa entrare a far parte del Comitato Scientifico della Fondazione Montinaro
Far parte della Fondazione Montinaro è un privilegio che ha un valore umano e istituzionale molto profondo, perché significa mantenere vivo il ricordo di Antonio Montinaro e di tutti gli uomini e le donne delle scorte che, con coraggio e senso dello Stato, hanno dedicato la propria vita alla tutela delle istituzioni democratiche, fino all’estremo sacrificio. Un pensiero particolare va ad Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani, caduti nella strage di Capaci mentre svolgevano il loro dovere al servizio dello Stato.
Ragazzi che hanno incarnato l’idea di servitore dello Stato e hanno vissuto la divisa come una scelta di vita, portata avanti con assoluta dedizione e con la piena consapevolezza dei rischi che comportava.
Quando parliamo di loro, non evochiamo una memoria celebrativa, ma parliamo di una memoria viva, che deve continuare a interrogare le istituzioni e la società civile sulle scelte di quegli anni, perché i nostri ragazzi caduti nell’attentato di Capaci sono il simbolo di una stagione in cui lo Stato è stato messo sotto attacco, ma ha trovato la forza di non arretrare di fronte alla violenza mafiosa, pagando un tributo altissimo in termini di vite umane. Il loro sacrificio quindi non appartiene al passato: continua a chiedere giustizia e impegno da parte di tutti.
In più occasioni ho avuto modo di sottolineare come il loro esempio debba essere trasmesso soprattutto alle nuove generazioni, perché la loro storia non sia soltanto ricordata, ma compresa anche da chi non era neppure nato all’epoca dei fatti.
La Fondazione Montinaro svolge proprio questa funzione fondamentale: trasformare il ricordo in consapevolezza civile, in impegno quotidiano contro ogni forma di criminalità organizzata.
Per me, quindi, essere parte di questo percorso significa rinnovare ogni giorno un impegno verso lo Stato e verso la memoria di uomini che hanno scelto di servire fino in fondo, senza riserve, lasciandoci un’eredità morale che resta ancora oggi un punto di riferimento imprescindibile.
- Quanto è importante fare rete (Forze dell’ Ordine, scuola, realtà associative, ecc.) per evitare che la mafia continui a insinuarsi nel tessuto sociale e nell’economia legale
Fare rete è indispensabile.
Perché la mafia non è soltanto un’organizzazione criminale. La mafia è prima di tutto una mentalità, un modo di pensare che cerca di insinuarsi lentamente nella società, nelle relazioni quotidiane, nell’economia, nelle istituzioni.
È l’idea che le regole possano essere aggirate, che il favore conti più del diritto, che il silenzio sia più conveniente del coraggio. È quel devastante “tanto fanno tutti così” che finisce per normalizzare l’illegalità e renderla accettabile.
Le organizzazioni mafiose non cercano soltanto il controllo del territorio o il profitto economico: cercano il consenso. Cercano di apparire forti e utili: tentano di convincere le persone che rivolgersi a loro sia più semplice che affidarsi allo Stato, che l’obbedienza garantisca protezione e che il silenzio sia la scelta più conveniente. È proprio così che il potere mafioso si radica e si perpetua nel tempo.
E allora l’omertà, l’indifferenza, la rassegnazione sono il terreno più fertile sul quale le organizzazioni mafiose costruiscono il proprio potere. Per questo la mafia va combattuta non solo nelle aule di giustizia e nelle attività investigative, ma soprattutto nella coscienza delle persone.
Nei territori dove la pressione mafiosa è più forte, la legalità deve diventare un anticorpo sociale capace di respingere il virus dell’arroganza, della prepotenza, dell’intimidazione e di quei comportamenti che, anche quando non integrano un reato, sono profondamente mafiosi perché alimentano la cultura del privilegio, della paura e della sopraffazione.
Ecco perché, le Forze dell’ordine, il mondo della scuola, la magistratura, le associazioni, il mondo dell’informazione, devono agire insieme.
Nessuno può pensare di vincere questa sfida da solo.
La vera battaglia si combatte ogni giorno, con le scelte quotidiane, quando un imprenditore decide di denunciare invece di piegarsi al ricatto, quando un commerciante rifiuta di pagare il pizzo, quando un giovane sceglie di costruire il proprio futuro attraverso lo studio e il lavoro onesto invece che accettare le scorciatoie, quando un cittadino decide di non voltarsi dall’altra parte.
Ma a queste persone non possiamo chiedere soltanto coraggio. Dobbiamo garantire loro la vicinanza concreta dello Stato e della comunità: chi sceglie la legalità, soprattutto nei contesti più difficili, non deve sentirsi mai solo.
Deve sapere che intorno a lui esiste una rete pronta a sostenerlo, proteggerlo e accompagnarlo.
La storia ci insegna che la mafia teme le indagini e gli arresti, ma teme ancora di più una società consapevole, libera e unita. Perché quando la cultura della legalità diventa patrimonio condiviso, quando i cittadini smettono di avere paura e comprendono che il bene comune vale più dell’interesse personale, allora il potere mafioso perde la sua forza più grande: il consenso e la rassegnazione delle persone.
- Negli anni, da Questore di Palermo, ma anche oggi, tutte le volte che ha occasione di parlare con i ragazzi, non si tira mai indietro. Cosa possiamo dire ai giovani a cui anche la Fondazione si rivolge con i suoi progetti, quando chiedono concretamente cosa possono fare per essere cittadini migliori
Grazie per questa domanda, perché è proprio con i ragazzi che il tema della legalità diventa più urgente. Oggi viviamo in un mondo attraversato da profondi cambiamenti culturali, dove il confine tra reale e virtuale è sempre più labile e dove il rispetto delle regole diventa sfuggente e spesso i ragazzi – e non solo loro – faticano a cogliere il senso profondo di ciò che è “legale”.
E allora ogni volta che incontro i ragazzi io ricordo sempre che la legalità non è qualcosa che si insegna o si impara, ma la legalità si vive: ogni giorno, nelle scelte che facciamo, nei gesti, nelle relazioni, nelle dinamiche professionali, nei legami che costruiamo, nel coraggio di dire no a scorciatoie pericolose che sembrano facili, ma hanno un prezzo e costano care.
Perchè l’illegalità si diffonde laddove la mentalità è quella di pensare che “tanto fanno tutti cosi”: una mentalità devastante che si diffonde in un attimo e diventa un virus che infetta la nostra vita e minaccia la nostra sicurezza.
E allora serve un anticorpo sociale capace di respingere l’arroganza e i comportamenti che sono il frutto della mentalità mafiosa. Serve il coraggio di scegliere la legalità.
E davanti a questo non possiamo limitarci a intervenire “dopo”: dobbiamo prevenire e educare, parlando ai ragazzi con il loro linguaggio, usando strumenti vicini al loro mondo, che è quello della scuola, dello sport, dei social, della musica.
Ai giovani dobbiamo dirlo senza giri di parole: il rispetto delle regole non è una rinuncia, è una conquista. È la strada più difficile, certo, ma anche l’unica che porta lontano, perché dove c’è legalità c’è meritocrazia, c’è dignità, c’è sicurezza e quando la legalità si dissolve, lascia spazio ad altro: alla violenza che sostituisce il diritto e all’arroganza di pochi che soffoca le speranze di molti.
Sono i giovani la nostra vera sfida: saranno loro a decidere se la legalità resterà un principio astratto o diventerà un valore vivo nella società.
Ecco perché le iniziative portate avanti dalla fondazione Montinaro sono importanti, perché servono a ricordare, ma soprattutto a far capire ai ragazzi che le regole sono il fondamento di una cittadinanza responsabile: quella di chi non si rifugia in scelte grigie o ambigue, ma di chi sceglie di seguire le regole, di chi partecipa, di chi si impegna attivamente, di chi rifiuta il sistema mafioso.
di Ambra Drago




